Sergio Bizzarri
"Ma dopo più di cinquant'anni di lavoro sento il dovere di chiarire,
prima di tutto a me stesso, il perché delle mutazioni ed il susseguirsi
dei vari periodi pittorici. Mi avvicinai alla pittura, giovanissimo, da
autodidatta, per gioco. Poi, per un casuale incontro con un vecchio medico
pittore, scopri e compresi l'informale e con esso la possibilità
di dare, con masse materiche, con segni e colori, corpo alle emozioni.
Fui affascinato da questa nuova possibilità, abbandonai il figurativo
e presi a considerare la pittura sotto un altro punto di vista: quello dell'Arte
come mezzo di espressione e comunicazione ai livelli più intimi ed
alti.
Lavoravo, lavoravo. Ma mi rendevo conto che qualche cosa mi mancava; fu
il mio inconscio a risolvere il problema: l'essere la figura umana prese
a venire sempre più fuori della mia pittura, quasi con prepotenza,
arricchita da quella libertà che l'esperienza informale mi aveva
fatto scoprire. Come massimo dei simboli umani, della natura, dei sentimenti
e dei valori della vita, non potevo che prendere la donna e presi allora
a dipingerla in tutti i suoi aspetti: Madre, Amante, Compagna.
Nei miei quadri successivi la luce, che fino ad allora era stata soffusa
e misteriosa, si trasformò. Le mie figure si illuminarono fino ad
diventare esse stesse sorgenti di luce, immerse in una natura incontaminata.
Fu quello il periodo più positivo del mio lavoro.
Ma il mio carattere inquieto continuava a scavare nel profondo, nel tentativo
di capire. Il bisogno di guardarmi dentro, fece nascere il doppio, l'immagine
speculare dove la figura si specchia per vedere se stessa nel tentativo
di riconoscersi e comparvero allora anche interventi coloristici orizzontali
e trasversali che davano rotture e sottolineature intimistiche alla mia
pittura. Arrivato agli anni 1970 fui preso dall'ansia della realtà.
Non si parlava ancora di ecologia, ma il discorso era nell'aria. Abbandonai
per un periodo la tela e passai a dipingere sul vetro, materiale fragile
ed insicuro. Affidai ad esso i miei simboli umani, religiosi e naturali.
Presi a girare l'Italia nei circoli Culturali dove facevo cadere in terra
i miei lavori che, andando in pezzi, scioccavano i presenti e mi permettevano
di dare il mio piccolo contributo all'allarme sulla nostra autodistruzione,
quella dell'ambiente e dei valori.
Nel mio lavoro sono sempre stato un isolato. Forse fu anche per questo che
decisi ad un certo punto di rifugiarmi a lavorare in un vecchio castello,
mezzo diroccato, tra meravigliosi boschi di castagni centenari, a Montebibico,
paesino poco distante dalla mia città di Spoleto. Ogni mattina ero
costretto a percorrere chilometri in mezzo a meravigliosi boschi dai colori
vivi e cangianti per raggiungere il mio studio tra gente montanara semplice
e vera; e il mio lavoro prese ancora un nuovo indirizzo.
Nel Caos dell'Arte Contemporanea e del nostro tempo, mi sono attaccato di
più al sogno e alla speranza di un mondo migliore. Le mie opere si
sono arricchite di colori, di luce, di voglia di vivere. I quadri sono destinati,
per propria natura, alla gente, agli ambienti, alle case. Credo che l'unica
possibilità che resta ad un artista, oggi, sia quella di trasmettere,
con la sua pittura, la sua positività e il grido della sua accorata
poesia. Ora dipingo in un ambiente antico nel centro della mia Spoleto,
circondato dai miei lavori dal 1947 ad oggi, che permettono, anche se a
grandi linee, di seguire il moi percorso che qui ho tentato di descrivere.
Credo di aver svolto e svolgere il moi lavoro con umilità anche se
pieno di limiti nella Cultura e nei Mezzi."
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