Vincenzo Danti
Architetto, scultore e trattatista (Perugia 1530-76), si formò nel
culto dell'opera di Michelangelo, recepita attraverso il filtro d un manierismo
a forte componente intellettualistica.
Nel gruppo con l'Onore che vince l'inganno (1561, Firenze, Bargello), ispirato
alla Vittoria di Palazzo Vecchio, il modellato appare depurato di qualsiasi
indugio naturalistico, e i grandiosi modi del maestro sono interpretati
in ritmi di astratta eleganza.
Dal perduto prototipo michelangiolesco della statua di Giulio II per Bologna
dipende la grande statua bronzea di Giulio III (1553-55) per Perugia.
La Decapitazione del Battista (7571, Firenze, porta meridionale del Battistero)
segna invece un accostamento all'Ammannati e al Giambologna. Essa è
composta di tre figure, quella del Santo inginocchiato al centro, quella
del carnefice che con la spada levata si appresta a decapitarlo e quella
di Salomè col vassoio destinato a ricevere la testa di Giovanni.
Nel Mosè e il serpente di bronzo (Firenze, Museo Nazionale del Bargello)
una modellazione viva, continuamente diversificata, rispondente più
ai dettami della sensibilità che non al rigore di una logica razionale,
svela un aspetto sorprendente della personalità artistica dello scultore
perugino, che appare quasi prudentemente polemico nei confronti della codificazione
manieristica di certo filone della poetica michelangiolesca; il Danti, per
la verità, non elude il riferimento a tali onerosi precedenti: infatti
il rilievo riecheggia uno spicchio della volta della Sistina; ma le esigenze
plastiche, per il nervoso alternarsi tra sporgenze grevi di materia e dissolvenze
in puro graffito, per il rifiuto del gusto tipicamente manieristico delle
silouettes cerebralmente eleganti a favore di un plasticare a grumi, a forti
stacchi, situano quest'opera in un'area culturale piuttosto eccezionale,
che potremmo dire di fronda michelangiolesca. Ma il rilievo ci appare un
fatto stilistico piuttosto peregrino nell'ambiente fiorentino e risultato
eccezionale anche nel curriculum creativo del Danti.
Venere (Firenze, Palazzo Vecchio): secondo la dotta «diceria»
del Borghini che stabilì il piano iconografico dello Studiolo, Venere
e Anfitrite simboleggiano l'acqua. Allo spirito animatore dell'opera, secondo
cui «le invenzioni vorrebbono essere ingegnose, leggiadre, et haver
un certo garbo et spirito grazioso», si adegua perfettamente la Venere,
polita e perfino troppo rilisciata: la stessa grazia sinuosa della Salomè.
Altre opere sono custodite nel Museo dell'Accademia di Belle Arti di Perugia
-Gipsoteca - Il Giorno, La Notte, Il Crepuscolo e L'Aurora donate nel 1573
dallo scultore perugino.
Di notevole importanza teorica è il Trattato delle perfette proporzioni,
di cui fu pubblicato solo il primo volume (1567).
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