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Il Dialetto umbro

.: L'Umbro è una lingua indoeuropea estinta, appartenente alla famiglia delle lingue italiche, parlata dall'antico popolo degli Umbri che un tempo viveva nel territorio ad est dell'alto corso del fiume Tevere.
È conosciuto soprattutto dalle Tavole eugubine, sette tavole di bronzo che contengono le leggi sacre della città umbra di Ikuvium (odierna Gubbio), scritte in alfabeto umbro.
L'Umbria è attraversata e tagliata in due dal fiume Tevere. Questa frontiera naturale ha costituito nel corso dei secoli un discrimine fra i territori della regione e un motivo di distinzione delle espressioni dialettali. Sulla base anche di questa situazione geografica, i dialetti dell’Umbria sono classificabili in rapporto a tre aree linguistiche principali:
1. area nord-occidentale (all’interno di questa si trovano Perugia e il suo territorio; Gubbio; Città di Castello e l’Alta Valle del Tevere);
2. area sud-orientale (alla quale appartengono Foligno, Spoleto, Nocera Umbra, Norcia, Cascia, Terni, Amelia);
3. area sud-occidentale (Orvieto e il suo territorio).

Si distinguono inoltre due zone cosiddette di “transizione”, cioè di passaggio, che hanno caratteristiche comuni a diverse aree: quella del Trasimeno e di Città della Pieve; quella che va da Scheggia a Todi e comprende Gualdo Tadino e Assisi (con la pianura fino a Cannara). La prima area risente dell’influenza della Toscana, la seconda dei contatti con le Marche e l’Abruzzo, la terza di quelli con il grossetano e l’alto Lazio.

L’unico dialetto ad avere una propria fisionomia, che non risenta di altri dialetti contermini, è il perugino. Il tratto fonetico più appariscente di questo dialetto è la “palatalizzazione” della vocale “a” tonica che si trasforma in “è”, ad esempio chène per “cane”, fème per “fame”, pène per “pane”. Oggi però questo fenomeno è molto attenuato e si verifica raramente sulla bocca dei parlanti. Altrettanto si può dire di altre voci perugine antiche, come, ad esempio, l’avverbio donca (dunque) o il sostantivo pagne (panni). Caratteristica sempre del perugino è l’uscita in “-e” dei maschili plurali, che si ritrova anche nel dialetto di Orvieto. Continua ad essere presente costantemente il tratto ritmico più distintivo del perugino, che consiste nella caduta delle vocali fuori di accento, per cui abbiamo, ad esempio, ch’ fè (che fai), o dìmm’lo (dimmelo).
Benché al centro geografico della penisola, Perugia non fu mai una zona di confluenza stradale, ché la parte collinosa e il baluardo appenninico in ogni tempo deviarono le grandi strade interregionali. Le vie principali dell'Umbria, la Cassia che passa per l'Orvietano, e la Flaminia che da Foligno s'inerpica per l'Appennino, erano, e sono, ben lontane da Perugia. Era inevitabile che tale isolamento secolare influisse e sulla evoluzione sociale e sulla formazione individuale. Infatti, nel suo isolamento, sempre il Perugino fu costretto a vivere con i mezzi da se stesso approntati, fidando sulle sue sole forze. Da ciò deriva una certa autosufficienza, e l'accentuazione di quelli che sono i connotati salienti della sua vita: la «rusticitas» intesa quale fedeltà ai valori naturali, e la gelosa conservazione di tali valori.
Ecco cosa scrive Luigi Catanelli del dialetto perugino:
Sotto il profilo psicologico, solo apparentemente il Perugino è docile. In realtà è forte nel costume e nella tenacia, dotato di un carattere riservato e, all'apparenza, poco incline a grandi slanci. Tale mancanza di espansività fa sì che, a differenza delle genti confinanti, il suo linguaggio sia poco sciolto ed eloquente. Gli è che, per tema forse di abbandonarsi, o di lasciarsi andare, una naturale cautela impone al Perugino di riflettere prima di parlare.
Fedele alla sua terra, alle sue tradizioni, il Perugino preferisce magari patire che allontanarsi dal costume di vita immerso nella serenità della natura. Attaggiamento questo squisitamente sentimentale ma marcatamente antiutilitaristico, che ha prodotto infatti una situazione di lentissima emancipazione industriale e commerciale. Da ciò discende che l'isolamento di cui si sta parlando divenne col volgere del tempo atteggiamento istintivo dell'individuo; sì che, figuratamente parlando, le mura della città segregarono psicologicamente gli stessi cittadini che l'avevano edificate.
Il dialetto perugino è parlato limitatamente ad un territorio che non tocca gli Appennini, né le sponde del Trasimeno. Esso è racchiuso in una zona limitata ad est del Tevere, ad ovest dal torrente Caina, a sud dal fiume Nestore.
Luigi Catanelli.

Un tratto caratteristico dei dialetti dell’area sud-orientale, la terminazione in “-u” del maschile (in luogo della “-o”), era presente in antico anche nel volgare di Assisi, ad esempio nel Cantico di San Francesco (inizio del sec. XIII), che inizia con il verso «Altissimu omnipotente bon Signore…». Adesso l’assisiate è privo di questo tratto fonetico, che invece contrassegna tuttora il dialetto parlato a Foligno e nella Valnerina, fino a Terni. Nel dialetto di Foligno e Spoleto incontriamo un fenomeno consonantico, il passaggio di “b” (compreso fra due vocali) a “v”, ad esempio contrivutu (contributo); mentre nell’area di Norcia e di Terni lo stesso fonema “b”, nelle medesime condizioni, si rafforza in “bb”, ad esempio contribbutu. In modo analogo, sempre nel ternano (a somiglianza di quanto avviene nel dialetto di Roma e dell’alto Lazio), si rafforzano alcune consonanti in posizioni particolari (Peruggia “Perugia”; a rRoma “a Roma”), si assimilano i nessi “nd” ed “mb”, che producono esiti del tipo tonno (tondo) e gamma (gamba). Questi fenomeni consonantici si verificano anche nel dialetto di Orvieto.
Attualmente in Umbria, come avviene in molte regioni d’Italia, il dialetto ha perduto gran parte della propria matrice arcaica e si uniforma ad un registro linguistico sempre più vicino all’italiano. Pertanto, molti dei tratti originari sono ridotti e si sono affermate varietà di italiano regionale corrispondenti grosso modo alle tre principali aree dialettali. Un dialetto “raffinato”, ma che resta comunque il “parlar materno”, con il quale anche i più giovani continuano abitualmente a esprimersi, magari mischiandolo alle tante voci straniere entrate nell’uso. D’altronde, i poeti umbri (fra i primi Antonio Carlo Ponti e Ferruccio Ramadori, più di recente Giovanni Falsetti e Ilde Arcelli) usano il dialetto nelle sue forme più complesse come autentica lingua letteraria: un “neo-volgare” capace di conferire una rinnovata e moderna identità alle “parole perdute” dei dialetti in dissoluzione alle soglie del Terzo Millennio.

"Articolo di Luigi M. Reale
Nota – Questo breve articolo non sarebbe stato scritto senza il supporto della fondamentale monografia di Giovanni Moretti sui dialetti dell’Umbria (Pisa, Pacini ed., 1987) e dei successivi contributi prodotti dal medesimo studioso.



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Per saperne di più...

.: La biga etrusca di Monteleone di Spoleto
.: Le Tavole eugubine
.: Storia e arte dei Templari in Umbria
.: Le origini del dialetto umbro
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